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3 ottobre 2005

Una bionda esplosiva

Beneath the Blonde Dopo Calendar Girl e La settima onda Marsilio pubblica la terza avventura di Saz Martin, investigatrice privata. Ma chi è la sua autrice? Stella Duffy, uno dei nuovi talenti del noir britannico. Ironica, corrosiva... in breve, una “bionda esplosiva”



 

Stella Duffy ha scritto dieci romanzi, 25 racconti brevi e molti articoli di costume per le principali testate inglesi (tra le quali Marie Claire e il Times). Scrive anche testi per la radio e per il teatro. Abbiamo cercato di sapere qualcosa di più su questa giovane – è nata nel 1963 – e già tanto affermata artista inglese.

 

AB - Dimmi qualcosa di te, della tua infanzia.

SD - Sono nata a Londra. Quando avevo quattro anni la mia famiglia è andata a vivere in Nuova Zelanda (e non Australia, ci tengo a precisarlo!). Mio padre era neozelandese e si era trasferito a Londra durante la Seconda Guerra Mondiale. Sono cresciuta in una cittadina nella quale gran parte della gente lavorava in una segheria. Era un posto semirurale ma multiculturale: c’erano Samoani, Maori, altri abitanti delle Isole della Polinesia... Era tutta gente della working class, così come la mia famiglia. Sono la più giovane di sette figli e l’unica ad aver studiato oltre la scuola dell’obbligo, fino all’università, soprattutto perché la mia famiglia a quel punto poteva permettersi di mantenermi agli studi, visto che i miei fratelli erano già grandi. Ho studiato all’Università di Wellington, dove mi sono laureata in letteratura inglese (che anche in Nuova Zelanda significa studiare un sacco di letteratura americana!).

 

AB - So che hai iniziato come attrice. Come sei diventata scrittrice?

SD - Ho iniziato a recitare quando stavo a Wellington, all’università. Poi nel 1986 mi sono trasferita a Londra e anche lì ho lavorato in teatro, soprattutto teatro di improvvisazione, cosa che ancora faccio. Per me l’improvvisazione è molto simile alla scrittura. Scrivo anche per alcune compagnie teatrali con le quali ho lavorato. Scrivere romanzi mi è sembrata la prosecuzione naturale di queste attività.

 
AB - Dove scrivi? Quando?

SD - Scrivo a casa, quando ho tempo. Faccio ancora l’attrice, a volte, e ora anche la regista, quindi sono spesso lontana da casa per lavoro.

 

AB - Da dove prendi le idee?

SD - Le idee... Wherever, whatever. Ovunque. I miei romanzi non sono autobiografici, ma la vita, ogni giorno, è piena di idee. Io ascolto, e osservo, e immagino.

AB - La trama, la storia, i personaggi: cosa è più importante e perché?

SD - Prima la storia, poi i personaggi, poi la trama. Senza la storia, niente ha senso.

AB - Come mai hai scelto il genere noir?

SD - Non ho scelto. Ho scritto dieci romanzi: cinque sono noir, cinque no. Ho scelto il genere che meglio si adattava alla storia che volevo narrare, non viceversa. Detto ciò, devo ammettere che i mystery hanno un vantaggio rispetto alla letteratura mainstream: quello di poter introdurre temi politici e sociali in modo “naturale”.

 

AB - C’è qualcosa che davvero ti fa paura?

SD - Cinque anni fa ho avuto un tumore al seno. Certamente ho paura di una ricaduta. Ma siccome entrambi i miei genitori e una delle mie sorelle sono morti, e personalmente ho già affrontato una malattia mortale, non c’è niente che mi possa ancora far paura.


AB - Cosa leggi?

SD - Di tutto. Leggo qualunque cosa gli editori mi mandano!

AB - Quali scrittori di gialli ci puoi consigliare? A parte te, ça va sans dire...
SD -  John Harvey, Mark Billingham, John Connelly, Val McDermid, Denise Mina... (tutti autori poco conosciuti in Italia, n.d.r.)

AB - Saz Martin (l’investigatrice protagonista di Beneath the Blonde e degli altri polizieschi della Duffy, n.d.r.) è il tuo alter ego?

SD - Santo cielo, no!


AB - Saz Martin è gay. Questo fatto è menzionato spesso in Beneath the Blonde. Perché?

SD - Interessante. Penso che a volte i giornalisti facciano un po’ troppe storie su questa storia dell’essere gay. Io non penso affatto che il fatto che Saz sia lesbica sia menzionato troppo spesso, tutt’altro! (I lettori giudicheranno da soli... n.d.r.) Ho davvero provato, in tutti e cinque i libri nei quali Saz è protagonista, di non fare della sua sessualità un argomento centrale. E non credo che i lettori inglesi lo vedano come un argomento centrale. Forse lo è in Italia, dove non ci sono altre protagoniste lesbiche, mentre invece ci sono protagonisti gay? Sono convinta, tra l’altro, che gli omosessuali siano molto più accettati delle lesbiche e che siamo ben lontani dalla parità dei sessi in questo campo.

 

AB - Quello che voglio dire è che ci sono altri detective gay nella letteratura: penso ad esempio al commissario Daquin di Dominique Manotti. Però lì il fatto che Daquin sia gay è solo menzionato, mentre nei tuoi romanzi, e in Beneath the Blond in particolare, il tema dell’omosessualità sembra essere dominante. Non trovi?

SD - No, non mi sembra che il sesso e la sessualità siano molto presenti in Beneath the Blonde: solo quando è necessario. Anche se, a differenza che in altri romanzi, in questo caso la sessualità di Saz e di altri personaggi è rilevante per la trama (i lettori scopriranno perché, n.d.r.). In Gran Bretagna sono spesso accusata di non parlare a sufficienza del punto di vista “tradizionale” delle lesbiche: a questo punto mi chiedo se la tua domanda è riferita a questo libro, magari perché c’è un problema di traduzione, o se invece è possibile che un lettore anglosassone e un lettore italiano possano avere sul tema un punto di vista radicalmente diverso tra loro.

 

AB - Ma quanto può essere rilevante l’aspetto della vita sessuale di un personaggio nell’ambito di un romanzo noir?

SD - Dire che un personaggio è gay non è rilevante. Però se non lo dicessi dimostrerei ristrettezza di vedute, o addirittura paura. Allo stesso modo, penso che il colore della pelle o il credo religioso e razziale di un personaggio non siano un punto fondamentale, ma dal punto di vista dei lettori sono aspetti molto importanti. Il lettore ha bisogno di immaginare ciò che legge, di inserirlo nel suo contesto: dare una caratterizzazione diventa un modo per aiutare il lettore a percepire e capire il personaggio. Una volta definito il personaggio, si può andare avanti con il racconto...      

AB - Saz non ama la tecnologia. È lo stesso anche per te?

SD - No. Io uso la posta elettronica, la macchina fotografica digitale...

 

AB - Scrivi più per te stessa o per i tuoi lettori?

SD - Per me. Ci vuole troppa fatica a scrivere per qualcun altro. Ma spero che i lettori apprezzino ciò che io scrivo per me stessa!

 

AB - Chi sono i tuoi lettori? Come li immagini?

SD - Ah... Non li immagino. So che c’è una piccola comunità lesbica che mi segue, ma è certo che non sono le sole, altrimenti non sarei in grado di guadagnarmi da vivere facendo la scrittrice... Io scrivo, e basta. E spero che gli editori continuino a pubblicare i miei libri e i lettori a comprarli!

 

AB - Quale messaggio vorresti che arrivasse al tuo pubblico?

SD - Nessuno. Anche se, in fondo, penso che ci sia un filo rosso che unisce tutti i miei libri. Un filo che ha a che vedere con la menzogna e la verità. La morale è che le bugie portano all’infelicità e che solo la verità vale la pena di essere vissuta.

 

 

 

Saz Martin è ancora convalescente dopo l’incidente che l’ha lasciata gravemente ustionata. Nonostante le cure amorevoli della sua fidanzata Molly, Saz freme perché non vede l’ora di tornare in campo. Accetta quindi volentieri il lavoro che le propone la bella Siobhan Forrester, cantante e icona del gruppo pop emergente Beneath the Blonde. Siobhan riceve enormi mazzi di rose gialle ai quali sono allegati strani messaggi, non esattamente minacciosi ma decisamente inquietanti. Sono frasi delle canzoni del gruppo, che lo sconosciuto ammiratore conosce a menadito, frasi dal significato violento. Siobhan non vuole rivolgersi alla polizia, per paura che la stampa possa venire a conoscenza di questo succulento gossip proprio in prossimità del lancio del loro secondo disco. Siobhan non vuole nemmeno che gli altri membri del gruppo vengano a conoscenza dell’esistenza del minaccioso ammiratore, per non turbare i delicati equilibri che sui quali si regge la band. Per scoprire l’identità dello scomodo fan, e soprattutto capire quanto sia pericoloso, a Saz non rimane che indagare sotto copertura. Si inserisce come aiuto ufficio stampa – lei, allergica ai pc e alle mail – nello staff dei BtB. Conosce così gli altri membri del gruppo – Greg, fidanzato di Siobhan, Steve, Dan e Alex –, il loro ufficio stampa Pat, il loro ex impresario... Ma è proprio vero che il misterioso ammiratore si nasconde tra coloro che ruotano intorno a Siobhan? Oppure la sua identità va ricercata in un segreto che qualcuno cerca disperatamente di tenere nascosto? Mentre è impegnata a seguire le tracce dello sfuggente nemico, Saz deve anche affrontare un piccolo dramma personale. Vivere a stretto contatto con i BtB sta mettendo a repentaglio la sua vita di coppia: nessuno sfugge al fascino dell’incantevole Siobhan...

 

 

Stella Duffy

Beneath the Blonde

Marsilio “Black”

Pagine 250 - Prezzo € 13,00

in uscita a ottobre 2005

 




permalink | inviato da il 3/10/2005 alle 19:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa



23 settembre 2005

Maxime Chattam

Maxime Chattam è l’enfant prodige del polar francese. A meno di trent’anni, ha già al suo attivo un romanzo fantastico, Le 5ème Règne, vincitore del premio Fantastic’arts de Gerardmer del 2003, una trilogia noir, e adesso sta preparando il quinto romanzo.



Sta per uscire In Ténebris, il secondo romanzo della trilogia noir che ha per protagonista il profiler Joshua Brolin. La trilogia, iniziata con L’anima del male, si concluderà con Maléfices. Abbiamo intervistato il giovanissimo “bel tenebroso” scrittore.



 

AB - Pensavi già a una trilogia quando hai iniziato a scrivere?

MC - No, non all’inizio. Stavo scrivendo L’anima del male e stavo pensando a una storia in cui ci fosse molta suspense. Ho cominciato ad approfondire aspetti di criminologia e medicina legale per rispondere alla domanda: cos’è un serial killer? Cosa lo spinge a uccidere? Mi sono reso conto che la risposta a questa domanda era troppo complessa per poter essere data in un solo romanzo. C’erano così tante cose da dire sull’argomento che a metà del lavoro ho deciso che ci sarebbero stati altri due libri, con lo stesso protagonista principale, Joshua Brolin.

 

AB - Chi è Joshua Brolin?

MC - Brolin è un profiler. Il suo mestiere è esplorare le menti dei serial killer. Il suo nemico, nei tre libri, è sempre lo stesso, ed è il Male.

 

AB - Cos’è il male?

MC - Ho cercato di esplorarne diversi aspetti. In ciascun libro c’è una definizione diversa. Nel primo libro, la risposta ha a che vedere con l’educazione, la famiglia, l’importanza di crescere in un certo modo. Nel secondo, esploro gli effetti della società e della morale. Nel terzo, invece la risposta riguarda la costruzione del sé e dei confini della personalità. Quindi sono tre libri, tre storie diverse, indipendenti l’una dall’altra, ma il filo conduttore è sempre lo stesso: il Male.

 

AB - Come mai hai scelto di ambientare le tue storie negli Stati Uniti?

MC - Gli Stati Uniti mi aiutano a dare credibilità al romanzo, perché, nel nostro modo di pensare, sono il luogo dove “tutto può accadere”. Sono un Paese caratterizzato da una certa smisuratezza, che ritroviamo un po’ a tutti i livelli, anche nelle relazioni umane. Brolin, il personaggio principale, è un profiler, un’attività che in Europa non è ancora così diffusa, ma che è normale negli USA. E poi gli Stati Uniti sono un Paese che conosco bene.

 

AB - Il tuo primo libro, Le 5ème Règne, è uscito con lo pseudonimo di Maxime Williams: come mai?

MC - Perché è un romanzo completamente diverso dal genere che volevo scrivere, che è quello che faccio adesso. Però non lo rinnego, anzi: avevo vent’anni, lavoravo come commesso alla libreria FNAC di Parigi e scrivevo di notte. Ho messo in quel libro tutte le mie paure dell’adolescenza, i sogni, i ricordi... quello che avrei voluto essere e non ero. Sono stato un adolescente molto solitario e tutt’ora sono molto riservato.

 

AB - Cosa ti piace leggere?

MC - Di tutto, ma soprattutto il genere fantasy e il thriller. Mi piacciono i libri di Tolkien, Stephen King, Shakespeare...



 

AB - Nel tuo primo libro citi Dante.

MC - Sì, ho letto l’Inferno e l’ho trovato molto affascinante, inquietante. 

 

AB - Che tipo di influenze si trovano nella tua scrittura?

MC - Principalmente quelle del cinema, piuttosto che della letteratura. A un certo punto del primo libro è citato Phenomena di Dario Argento, un film che ho visto da ragazzo e che mi ha terrorizzato. Ma c’è anche l’influenza dei miei studi di psicologia criminale, naturalmente. Per la parte più letteraria, mi ispiro a Jeffery Deaver, per il modo in cui costruisce i suoi libri e la sua volontà di essere molto preciso nei dettagli, e a Patricia Cornwell, naturalmente.

 

AB - Nessun autore francese?

MC - No. Mi piacciono, ma non credo che in qualche modo mi abbiano influenzato. Forse un po’ Serge Brussolo e Fred Vargas.

 

AB - E Simenon? È l’autore che tutti citano, di solito...

MC - No... è un po’ troppo “polveroso” per me. Ovviamente riconosco che ha creato qualcosa di grandioso, paragonabile alla Commedia Umana di Balzac, ma non sono quel tipo di lettore. Un po’ come Agatha Christie, mi piace ma non è il mio stile. Lo leggi una volta nella vita, ma poi...

 

AB - So che faranno un film da questo tuo primo libro.

MC - Spero di sì. So che ci sarà un film, ma non so chi lo farà né quando. Però i diritti sono stati acquistati, quindi penso proprio che si farà.

 

AB - Come ci si sente ad essere così giovani e già così famosi? Te lo aspettavi?

MC - Lo speravo, certo, ma non immaginavo che si avverasse. Scrivere è oggi il mio lavoro a tempo pieno e certo questo mi ha reso felice. Però è una cosa arrivata così in fretta... Ogni giorno sono da solo davanti al computer, davanti alle mie idee e devo trovare le parole. Non ho tanto tempo per pensare al successo. Poi ci sono i momenti in cui, finito il libro, vado in giro a promuoverlo e solo allora mi rendo conto di quanto sono fortunato. Ma dietro la fortuna c’è tanto lavoro, davvero.

 

AB - Cosa ci sarà dopo questa trilogia?

MC - Il libro che sto terminando adesso, che dovrebbe essere pubblicato in aprile. Con un nuovo protagonista. Si svolge in parte in Francia, a Mont Saint-Michel, e in parte in Egitto, al Cairo. È un thriller, ma non ho usato la criminologia. È più una storia basata su “cosa sta succedendo, cosa sta nascondendo questa persona” e alla fine scopri che la verità ce l’avevi sotto gli occhi fin dall’inizio, anche se non l’hai vista.




permalink | inviato da il 23/9/2005 alle 19:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa



24 giugno 2005

Periferia di Milano in giallo

(L'intervista è stata pubblicata sul numero 4 del Falcone Maltese, che trovate ora in tutte le librerie d'Italia e, per la prima volta, nelle edicole di Roma - compratelo!)

Con la morte nel cuore (Guanda) conferma il successo ottenuto da Gianni Biondillo con Per cosa si uccide. In questa intervista il poliedrico architetto milanese parla con sincerità e ironia delle sue grandi passioni: il territorio, la letteratura, la scrittura.

 

Gianni Biondillo: architetto, padre di famiglia (due bimbe), sceneggiatore, scrittore, saggista... La prima domanda è d’obbligo:


AB – Dimmi la verità: in quanti siete, sotto lo pseudonimo di Gianni Biondillo? Non è possibile che una sola persona riesca a fare tutto quello che fai tu...

GB – (ride. Deve essere anche simpatico, n.d.r.)


AB – Seriamente: quando riesci a scrivere?

GB – Domanda da un milione di dollari... Cerco di avere giornate da trenta ore. Dormo poco, rubo spazio in casa o in studio nei tempi morti, scrivo molto nella mia testa quando sono in giro.


AB – Spiegami meglio.

GB – Io non ho la macchina e nemmeno la patente, per scelta, quindi mi muovo con i mezzi pubblici. E sui mezzi pubblici o leggo, o scrivo nella mia testa delle cose. Ho una memoria piuttosto debole – ho già dimenticato cosa ho mangiato due ore fa, per dire – ma abbastanza selettiva, ricordo tutto quello che mi interessa: se sono concentrato su un racconto o su una storia, sono ossessionato e cado quasi in catalessi, potrei anche scendere alla fermata sbagliata.


AB – Prendi appunti?

GB – Molti meno di quelli che prendono altri amici scrittori che conosco. Ho la tendenza a memorizzare in maniera quasi ossessiva quello che sto pensando, al punto che quasi mi si compongono le pagine nella testa. So che può sembrare curioso, ma quando inizio materialmente a scrivere, di regola sono già alla seconda stesura, perché la prima è già tutta nella mia testa.


AB – Che rapporto hai con la scrittura?

GB – Un rapporto abbastanza naturale, visto che scrivo fin dall’infanzia. Mia mamma millanta che io abbia imparato a scrivere a tre anni e mezzo: io non ci credo, ma è vero che per me è sempre stato naturale inventare e raccontare storie. C’è poi una familiarità con la scrittura anche nella professione che faccio: in genere si pensa che l’architetto sia sempre con la matita in mano a disegnare, ma in realtà si scrivono anche molte relazioni tecniche, si fa molta lettura... È una disciplina abbastanza aperta. La facoltà di architettura permette un percorso nel quale si approfondiscono non solo aspetti tecnici ma anche di estetica, di filosofia, di sociologia, di storia dell’arte.


AB – Infatti i lavori da saggista erano indirizzati in questa direzione, giusto?

GB – Sì. Ho scritto testi nei quali cercavo di fondere le mie passioni: territorio, architettura e letteratura. Un saggio su Giovanni Michelucci, un architetto del Novecento; ho curato un’antologia di scritti di architettura di Carlo Levi ed Elio Vittorini; infine un saggio su Pasolini lettore della città e del territorio. A un certo punto ho detto: basta, adesso parlo io.


AB – E hai deciso di scrivere un giallo. Come mai?

GB – Il mio obiettivo era quello di raccontare una città e un territorio in trasformazione, quindi mi sono chiesto: qual è l’espediente narrativo che ti permette di muoverti con una certa tranquillità nel territorio? E mi sono reso conto che l’espediente narrativo perfetto è il poliziotto, che per la sua professione è sempre in movimento. Certo, ci sono altre soluzioni valide: potevo scegliere un commesso viaggiatore, ma Miller lo aveva già fatto meglio di me.


AB – C’è da dire che il genere giallo sta vivendo un momento di gloria, in Italia.

GB – Ma quando ho iniziato a scrivere Per cosa si uccide, il primo romanzo, non lo sapevo. Io non sono mai stato un lettore di gialli in senso stretto. Però in quel momento ho scelto questo espediente che mi sembrava perfetto e che in più è popolare, cioè il pubblico è disposto a leggerlo. Allora se il lettore compra questo libro perché vuole dei morti ammazzati, e insieme ai morti ammazzati trova le mie disquisizioni sui parchi di Milano, sull’umanità varia ed extracomunitaria che sta davanti alla Stazione Centrale di Milano o cose di questo tipo, io ho raggiunto il mio obiettivo.


AB – Ti senti un giallista?

GB – No, non mi reputo in senso stretto un giallista, non perché abbia qualcosa contro i giallisti, figuriamoci – ce ne sono alcuni che sono scrittori tout court di grandissimo livello e valore – ma perché non sono interessato al genere in sé. Se io domani mattina avessi il desiderio di raccontare un’altra storia, utilizzerei un’altra formula. Non ho pregiudizi né in un senso né nell’altro. Perché nel giallo ci sono due tipi di pregiudizi: il primo è un pregiudizio della cultura alta, accademica, quella polverosa, no?, che lo guarda sempre con un occhio disincantato, pensando: ma sì, tanto quello è intrattenimento, non è roba seria.


AB – Anche se il genere giallo è stato ormai sdoganato...

GB – Sì, è stato sdoganato ma per finta. Io ho avuto esperienza con alcuni di quelli che fanno letteratura “seria”, e so che davanti ti dicono che non è vero, ma di dietro continuano a pensare che non sei uno scrittore “vero”. L’altro pregiudizio però è tutto l’opposto: ci sono cioè coloro che hanno la passione fanatica per il giallo, che non leggono altro, che sono convinti che l’“altro” è noia, è barba, non è interessante, quindi stanno tutti lì a leggersi e scriversi fra di loro e magari non hanno mai preso in mano Dostoevskij o Proust.


AB – A chi ti ispiri?

GB – Quando uscì il primo romanzo tutti mi accostarono a Scerbanenco, e io non avevo mai letto un libro di Scerbanenco. Sono stato accostato a un sacco di scrittori di genere che nemmeno conoscevo. Certo, ho letto Raymond Chandler, ma non penso che è uno scrittore di polizieschi: per me è uno scrittore e basta. Bravo, bravissimo, a tratti geniale. Ho letto anche Ellroy, ma molto meno di Marcel Proust, ad esempio, o di Robert Musil. Quindi, buona parte di tutti gli accostamenti che vengono sistematicamente fatti sono falsati dal fatto che c’è l’automatismo di ricercare i precedenti in altri gialli, quando basterebbe guardare un po’ oltre. Se io devo cercare due padri putativi per me, il primo è, per il gusto del pastiche linguistico, Carlo Emilio Gadda, che per me è uno scrittore immenso...


AB – Considerato peraltro uno dei padri del giallo italiano, con Quer pasticciaccio brutto de via Merulana...

GB – Sì, ma allora ci sarebbe anche Sciascia, con i suoi polizieschi, c’é Dürrenmatt... In letteratura ci sono molti esempi di scrittori di altissima qualità che si sono confrontati con il “genere”. Il secondo padre putativo, per lo sguardo verso gli ultimi, verso i diseredati, verso le periferie urbane, è Pasolini. Quindi sono autori che non hanno nulla a che fare con il “genere”.


AB – Tu descrivi una città e un quartiere che conosci bene.

GB – Io parlo di Milano, che è la protagonista assoluta dei miei romanzi. Ho eliminato in partenza tutti i luoghi comuni sulla città: non viene mai descritto né nominato il Duomo, non c’é la nebbia, non ci sono le fabbriche, il panettone ormai lo fanno a Verona... E ho parlato di altro: delle periferie, di quella grossa macchina urbana che è Milano al di fuori della cerchia dei Navigli, che è poi dove vive la maggioranza della popolazione. I confini comunali di Milano sono molto piccoli, ma la Milano effettiva va oltre, arriva a Sesto S. Giovanni, a Monza, fino a Como... Questa città-territorio, che fa quattro milioni e mezzo di abitanti circa, mi sembrava interessante da descrivere. Quindi ho posto al centro della mia città ideale, e anche fisica, un luogo che normalmente è considerato periferia, Quarto Oggiaro. Ci sono dei riferimenti autobiografici: essendo cresciuto in quel quartiere, ne parlo con cognizione di causa, senza luoghi comuni, senza sentito dire. Molto spesso si parla dei posti senza conoscerli. Poi diventa anche una sorta di città ideale, perché accade tutto lì, anche se il libro è abbastanza itinerante (Giambellino, Bovisa, parchi, stazione Centrale, tutti luoghi importanti per descrivere la trasformazione urbana).

 

AB – Dalla narrazione però vengono fuori non solo lati oscuri, ma anche un forte senso di rivincita. Ferraro, alla fin fine, non è solo un sopravvissuto, ma è uno che addenta la vita con rabbia.

GB – Il senso di rivalsa sociale, sì, un po’ c’è. Quando io ero bambino, non si diceva di essere di Quarto Oggiaro, o lo si diceva quasi vergognandosene. Oggi sta succedendo qualcosa di strano: i ragazzini di adesso lo dicono con un piccolo moto di orgoglio, come se fosse nato una sorta di radicamento nel territorio che mi sembra sociologicamente interessante. Poi Quarto Oggiaro ha ancora dei problemi da risolvere, prima di tutto perché è un luogo di forte immigrazione: prima era l’immigrazione meridionale, di cui anch’io sono figlio; ora c’è la nuova immigrazione, dall’Est europeo, dall’Africa... Tutto questo secondo me doveva essere raccontato, utilizzando anche un certo sense of humour, una certa leggerezza, senza scadere nel banale.


AB – Tu fumi? Perché nel libro è spesso descritto il desiderio di Ferraro, ex fumatore, di aspirare una boccata di bionda...

GB – Io fumo molto poco, un paio di sigarette al giorno. Però volevo dare una caratterizzazione realistica al mio investigatore. Non volevo che fosse un gran gourmet, un estimatore di cibi o vini, o un fumatore di sigari... C’è un po’ in giro questa tendenza a caratterizzare i poliziotti come raffinati cultori di vizi. Ma Ferraro è un poliziotto normale, come la maggior parte di noi, che facciamo la spesa al supermercato, e tra l’altro ho qualche dubbio sul fatto che con lo stipendio del Ministero degli Interni ci si possa permettere grandi lussi...


AB – Eppure il finale del romanzo è un po’ troppo “felice” per essere realistico, non trovi?

GB – Ma perché il romanzo è già pieno di disavventure... Già a pagina due si capisce che le cose si mettono molto male per Lanza. Poi il povero Ferraro si spacca un ginocchio, mangia malissimo, l’ex moglie lo maltratta... e non è nemmeno un tipo brillante, fa degli errori... almeno nel finale lasciamogli qualche speranza! Mentre il primo romanzo si chiudeva in maniera malinconica, questo sì, puzza un po’ di happy end, ma io mi sono affezionato a Ferraro... E poi gli happy end dei film americani, quelli che fanno piangere, a me piacciono tanto...


AB – Come ti sei documentato sulla vita dei poliziotti?

GB – Mah, la verità è che non mi sono documentato particolarmente sulla polizia. In realtà, le dinamiche che si vengono a creare nella vita di un ufficio sono le stesse dappertutto. I poliziotti non vivono in un universo parallelo al nostro: sono impiegati che fanno un lavoro un po’ particolare, e all’interno di tutti gli impieghi si creano situazioni di tipo standard, con le stesse dinamiche di gruppo.


AB – Continuerai a scrivere gialli? Cos’hai nel cassetto?

GB – Ti dirò: sia il primo che il secondo romanzo sono andati molto bene. Se fossi una persona furba dovrei subito scrivere il terzo capitolo dell’ispettore Ferraro. Invece sto finendo di scrivere un romanzo che parla di tutt’altro. Con la presunzione tipica di molti scrittori, che sono, come sai, egocentrici presuntuosi e arroganti, io sto cercando di creare una specie di mondo in cui ci sono delle persone, dei protagonisti, dei personaggi. Non è detto che il protagonista del mio mondo debba essere solo e soltanto l’ispettore Ferraro; non è detto che altre persone non vogliano raccontare la loro storia, e non è detto che la storia che queste altre persone mi raccontano debba essere un giallo. Anche se dal finale di Con la morte del cuore un po’ si intuisce quale direzione sto prendendo. Ma sarà una sorpresa.

 

 





L’ispettore Michele Ferraro torna sui libri. Ha deciso che è arrivato il momento di terminare gli esami universitari e prendere quel benedetto pezzo di carta da appendere dietro la scrivania. Per consentirgli di studiare, in commissariato lo incaricano solo di casi piccoli: un ragazzo che da un paio di giorni non chiama la mamma apprensiva, un piccolo delinquente che bazzica davanti a una scuola superiore infastidendo professori e alunni, cose di poco conto. Ma una di queste storie prende una piega inaspettatamente violenta e pericolosa. Ferraro è costretto a fare gli straordinari per tirare un amico fuori dai guai, mentre la sua vita sentimentale va a pezzi come il suo ginocchio malandato e ogni strada sembra essere un vicolo cieco. In una Milano assediata da vecchi boss e nuove mafie, sotto una pioggia battente, Ferraro lotta per trovare una verità che qualcuno vorrebbe lasciare sepolta.

 

Autore Gianni Biondillo

Titolo Con la morte nel cuore

Editore Guanda

Pagine 450

Prezzo € 16,00

Uscita Marzo 2005

 




permalink | inviato da il 24/6/2005 alle 17:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa



27 maggio 2005

Intervista a Lawrence Block




Fantasiosi omicidi

 

Lawrence Block è uno scrittore incredibilmente prolifico. Nato nel 1938 a Buffalo, New York, ha girato tutto il mondo ma è sempre tornato nella città che ama di più, New York.

L’investigatore alcolista Matthew Scudder, la spia Evan Tanner, il libraio ladro Bernie Rhodenbarr, Keller il killer professionista, l’avvocato Martin Herengraf, Chip Harrison, sono i protagonisti di altrettante serie di romanzi che Block ha scritto nell’arco di oltre quarant’anni.

 

AB - Lawrence, quanti libri hai scritto?

LB - Non sono sicuro, credo circa settanta, con il mio nome, e altri sotto pseudonimo.

AB - Che libri erano, quelli sotto pseudonimo?

LB - Non vale la pena parlarne... fanno parte del passato. Non erano granché buoni.

AB - Hai fatto altri lavori, prima di scrivere?

LB - No. Ho iniziato a scrivere quando ero a scuola e non ho mai smesso.

AB - Quando è stato pubblicato il tuo primo libro?

LB - Nel 1961. Era un romanzo giallo, ma non aveva un protagonista seriale. Si chiamava Mona, all’inizio, ma è stato ripubblicato con il titolo di Grifter’s Game.

AB - Chi è il preferito tra i tuoi personaggi?

LB - Non credo ce ne sia uno che preferisco. Li trovo tutti ugualmente interessanti, altrimenti non scriverei su di loro.

AB - Chi è quello che ti somiglia di più?

LB - Questa è una domanda difficile, e forse non sono la persona più adatta a rispondere. Un mio amico, lo scrittore Peter Straub, quando ha letto i miei libri su Keller, ha detto che Keller il killer mi somiglia più di altri personaggi.

AB - Trovi difficile saltare da un personaggio all’altro, da un romanzo all’altro?

LB - No, non è affatto difficile. Quando creo un personaggio, sono automaticamente nei suoi panni.




AB - Parliamo del libro appena uscito in Italia, Le colpe dei padri (Fanucci). È stato pubblicato negli Stati Uniti nel 1975 ed è il primo della serie di Scudder.

LB - Esatto. E il libro che uscirà negli Stati Uniti il mese prossimo, intitolato All the flowers are dying, è il sedicesimo della serie.

AB - Come si è evoluto il personaggio di Scudder in questi trent’anni?

LB - È cambiato considerevolmente. Scudder vive “in tempo reale”. Nel primo libro ha più di trent’anni, adesso ne ha circa sessantasei, sessantasette. In uno dei libri della serie, Scudder smette di bere, che per lui è un grande cambiamento. Rimane un investigatore privato, non torna in polizia. Per un periodo ha anche una licenza ufficiale da investigatore, ma non dura a lungo.

AB - Scudder è uno dei personaggi più dark da te creati. Come nasce?

LB - È difficile per me parlarne in questi termini, perché io narro non “del” personaggio ma “il” personaggio. Di solito non penso molto a come sia il personaggio, ma gli permetto di maturare attraverso le pagine del racconto. Se mi chiedi che tipo di persona è Scudder, tutto ciò che posso dirti è “Leggi i suoi romanzi!”.

AB - Cosa ti fa paura?

LB - Dopo lo tsunami (che ha devastato il nordest asiatico il 26 dicembre 2004, n.d.i.), ho fatto una riflessione. La settimana prima, forse solo cinque persone, fra le oltre duecentomila che sono morte, avevano paura dello tsunami. Tutti gli altri avevano sicuramente delle preoccupazioni, ma di altro genere. E le loro preoccupazioni erano assolutamente prive di senso, se viste alla luce di quanto è accaduto. Così ho deciso che non vale la pena preoccuparsi di nulla. Perché magari ciò che ti uccide è qualcosa a cui tu non avevi nemmeno pensato, prima che accadesse.

AB - Puoi raccontarmi un aneddoto su qualcosa di strano che ti è capitato nella tua carriera di scrittore?

LB - Beh, immagino ce ne siano moltissimi, ma non me ne viene in mente nessuno. Sai, forse la gente dovrebbe sapere che la vita di uno scrittore non è poi così interessante. Tutto ciò che uno scrittore fa è restare seduto da solo in una stanza, passando tutto il suo tempo a immaginare di avere una relazione con personaggi che esistono solo nella sua fantasia. Non è molto interessante.

AB – Che libri ti piacciono?

LB - Al momento sto leggendo To the last man di Jeff Shaara, che è un romanzo sulla Prima Guerra Mondiale – non il tipo di cosa che scriverei io, senza dubbio, ma mi piace moltissimo.

AB - Ci sono degli autori che hanno influenzato il tuo modo di scrivere?

LB - È difficile dirlo. Ho letto moltissimo, da ragazzo, e suppongo che tutto ciò che ho letto mi abbia influenzato, in un modo o nell’altro. I musicisti di jazz parlano di influenza nel loro modo di fare musica, perché quando inizi a fare il musicista ti eserciti a suonare come qualcuno più famoso di te, per imitarne lo stile. Invece, se sei uno scrittore, tendi a cercare un tuo stile, evitando di essere troppo simile a qualcun altro. Ma se proprio dovessi citarne uno, direi che John O’Hara è uno scrittore che ho molto ammirato e che probabilmente mi ha influenzato.

AB - Hai anche curato delle antologie di racconti: che tipo di lavoro hai fatto?

LB - A volte ho solo messo il mio nome in copertina e scritto l’introduzione, a volte ho curato personalmente la selezione dei racconti, quindi un lavoro molto vario. Non credo che ne farò altre nel futuro, però, perché è un lavoro amministrativo ed editoriale, non molto creativo.

AB - E hai scritto delle sceneggiature per il cinema.

LB - Sì, e penso che ne farò ancora. Ho scritto la sceneggiatura tratta dal libro Hit Man per un film che si chiama Keller, che spero sia girato quest’anno, se la produzione riesce a trovare i finanziamenti. E ho in programma una sceneggiatura su un soggetto originale per un film diretto dal regista di Hong Kong Wong Kar Wai. E di recente ho lavorato su una serie televisiva di nove episodi che negli Stati Uniti stanno trasmettendo adesso: si chiama Tilt e parla di crimini ambientati nel mondo del poker, a Las Vegas.

AB - So che sei un giramondo. Quanti paesi hai visitato fino a ora?

LB - All’incirca 130, credo.

AB - Il tuo preferito?

LB - Non ne ho uno che preferisco. Al momento, ovviamente, è l’Italia. (ride)

AB - Quando viaggi scrivi?

LB – A volte, ma molto raramente. Una volta, ad esempio, io e mia moglie siamo andati in crociera nell’Oceano Indiano, per cinque settimane, e io la mattina mi alzavo presto, andavo in biblioteca e scrivevo. Avevo del lavoro da fare e, con una vacanza così lunga, potevo anche dedicare una parte del tempo alla scrittura.

AB - Lavori meglio quando hai una scadenza imminente?

LB - No, di solito fisso le mie scadenze in anticipo rispetto a quelle dell’editore, in modo da non essere eccessivamente sotto pressione.

AB - Qual è stata la miglior recensione che hai avuto?

LB - Non saprei, ne ho avute diverse, nel corso degli anni. Una cosa che si impara, con il tempo, è quella di non prestare troppa attenzione alle recensioni, perché rischi di attribuire troppo significato a quelle buone, o al contrario a dare troppo peso a quelle cattive. E ho anche imparato che le recensioni non hanno poi effetti significativi sulla tua carriera di scrittore, o sulle vendite di un libro. Non cambiano in meglio o in peggio il tuo lavoro.

AB - Cosa hai in programma?

LB - La sceneggiatura di cui ho parlato e il terzo libro della serie di Keller, che probabilmente si chiamerà Hit Parade e uscirà negli Stati Uniti nella primavera del 2006.

AB - Quali saranno le tue prossime uscite in Italia?

LB – Credo il libro successivo della serie di Scudder, Time to murder and create, o quello dopo, Eight million ways to die.

AB - Quello da cui è stato tratto il film omonimo (Otto milioni di modi per morire)?

LB - Sì. Non un film memorabile, a dire il vero.

AB - Non l’ho visto. Ma ho visto Burglar (Affittasi ladra), quello in cui Whoopi Goldberg impersona Bernie Rhodenbarr... non era male.

LB - Sì... non esattamente la mia idea di Bernie, a dire il vero... se si tralascia il fatto che Bernie è un uomo e non una donna, non è male.

AB - Grazie mille, è stata una chiacchierata molto interessante.

LB - Grazie a te.

 

(questa intervista è stata pubblicata sul numero 3 del Falcone Maltese)

 

 

 




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19 maggio 2005

Intervista a David Peace

La mia infanzia con lo Squartatore dello Yorkshire

 

In attesa dell’uscita di Millenovecento83 (Marco Tropea editore, a giugno), quarto e ultimo episodio del Red Riding Quartet, David Peace parla della sua particolarissima interpretazione del noir.

 

Inserito da Granta nella lista dei venti autori britannici under 40 più interessanti, Peace è uno degli esponenti di spicco del noir inglese, quello cattivissimo delle periferie industriali e dei mostri che seppelliscono cadaveri in giardino con la connivenza di familiari troppo deboli, o troppo ciechi.

Il suo Red Riding Quartet è ispirato alle indagini sulla figura dello Squartatore dello Yorkshire, che imperversò nel Nord dell’Inghilterra dal 1969 al 1980. I primi due volumi, 1974 e 1977 sono stati pubblicati in Italia da Meridiano Zero, mentre per Marco Tropea è già uscito Millenovecento80 ed è in programmazione l’ultimo, Millenovecento83.








 

AB – David, come mai questa scelta di dare ai tuoi libri un titolo così lapidario, il nome dell’anno?

DP – Volevo che il lettore venisse calato fin da subito nella realtà storica, nel contesto in cui si svolge la narrazione. Credo che sia molto importante. Io penso che per capire perché, in un certo momento, è venuta fuori la figura di questo serial killer, lo Squartatore, bisogna conoscere il background storico, sociale, che ha fatto da sfondo ai suoi crimini.

 

AB – I fatti dello Squartatore sono accaduti oltre vent’anni fa. Eppure tu ancora scrivi di quel periodo. Come mai?

DP – Andare indietro agli anni della mia adolescenza – calarmi in quel tempo, ascoltando musica e guardando film di quegli anni – ha fatto sì che io rivedessi quelle vicende con occhi diversi. Non più gli occhi di un bambino, ma gli occhi di uno scrittore che si documenta. E, nonostante abbia già scritto quattro libri – e un quinto, GB84, appena pubblicato in Gran Bretagna, sul periodo Thatcher e i lavoratori delle miniere – sento che ho ancora tanto da dire su quegli anni. Erano anni di profonda depressione e di profondo disagio, e le persone si comportavano reagendo alle pressioni sociali in maniera violenta, o spaventata, ma comunque alterata. L’Inghilterra è molto diversa, oggi.

 

AB – David, qualche dettaglio biografico: nato nel Nord dell’Inghilterra nel 1967, la tua infanzia e prima adolescenza sono state segnate dall’aver vissuto nei luoghi in cui agiva lo Squartatore dello Yorkshire. In che modo quella vicenda ti ha influenzato?

DP – Era una cosa che noi bambini sentivamo molto. All’inizio la paura che lo Squartatore potesse essere uno della tua famiglia – tuo padre, magari. Poi venne fuori una cassetta con la registrazione della voce dello Squartatore (cassetta che, in seguito, si scoprì essere un falso, ma allora noi non lo sapevamo), e l’accento era molto diverso, non era un accento della nostra zona. Nel frattempo, però, lo Squartatore, che all’inizio uccideva solo le prostitute, aveva ucciso donne “normali”, come potevano essere mia madre o mia sorella.... quindi arrivò il timore che la prossima vittima potesse essere mia madre. Ecco, io sono cresciuto con l’idea che dovevo scoprire chi fosse lo Squartatore per proteggere la mia famiglia. E anche, sì, perché ero appassionato di fumetti di avventura, e avevo questo gusto per l’investigazione... Io e mio fratello raccoglievamo tutti gli articoli di giornale sullo Squartatore e passavamo ore e ore a leggere e investigare.

 

AB – Millenovecento80 è un libro molto duro. Quanto è finzione, e quanto realtà?

DP – Naturalmente, lo Squartatore è una realtà, un fatto. Ho cambiato il nome, tuttavia, anche se ho usato uno degli alias che anche lui aveva usato. E ho cambiato i nomi delle vittime, e le date degli omicidi,  per una forma di rispetto verso di loro e verso i loro familiari. Quei fatti sono ancora molto vivi, nella memoria collettiva. Non volevo sfruttare il loro dolore per creare un libro che, alla fin fine, è una forma di svago. Io ho scelto, ho scelto di scrivere e ho scelto quest’argomento, ma loro, le vittime, non hanno avuto scelta. Non volevo che il loro dolore venisse banalizzato.

 

AB – E la corruzione tra i poliziotti, il loro coinvolgimento negativo nelle indagini, i ritardi dovuti a incompetenza... tutto vero?

DP – Sì, tutto vero. I nomi sono diversi, ma, per quanto ne sappiamo, è tutto accaduto più o meno come descritto nel libro.

 

AB – Come hai fatto ad avere queste notizie? Come sei arrivato a una conoscenza così dettagliata delle procedure della polizia?

DP – I giornali ne hanno molto parlato, ai tempi. Poi ho letto le carte processuali, mi sono documentato a lungo. E, in effetti, per la parte strettamente procedurale, avevo un paio di amici in Polizia, proprio nelle zone in cui sono avvenuti i fatti, che mi hanno dato notizie utili. È stata la parte più difficile, perché volevo che questi dettagli fossero molto curati, non approssimativi.

 

AB – Immagino che questi amici, ora non siano più amici...

DP – No, al contrario, anche a loro i miei libri sono piaciuti molto. So che i poliziotti, in Inghilterra, se li consigliano a vicenda.

 

AB – Sei stato paragonato a James Ellroy. Anzi, Giuseppe Genna, scrittore e critico, ha detto che sei anche meglio di Ellroy. Come ti fa sentire?

DP – Mi lusinga, ovviamente, Ellroy è un grande scrittore. Ma trovo che ci siano delle differenze, tra lui e me. Tutti e due abbiamo scritto un Quartet (quello di Ellroy è il L.A. Quartet, n.d.i.), ma credo che ci siano differenze sia nel modo di vedere la realtà che rispetto ai personaggi. Ellroy è “cattivo” con i suoi personaggi, io sono più empatico, nei confronti della loro sofferenza. Ma anche Yukio Mishima ha scritto il Sea of Fertility Quartet, forse per alcuni aspetti mi ritrovo di più nella sua opera.

A proposito, conosco Genna: a Milano ha presentato il mio libro e poi siamo stati a cena insieme. Trovo che abbiamo molto in comune, a partire dalla visione del giallo come strumento di denuncia sociale, di narrazione della realtà corrotta e violenta. Genna è grandissimo, ascoltarlo è come andare a lezione.

 

AB – Sono d’accordo con te. David, nel tuo Millenovecento80 ci sono molte citazioni: Alesteir Crowley, e poi Shakespeare, Dante... Fanno parte del tuo background culturale o...?

DP – No, in realtà no. Ho letto Dante solo in traduzione, purtroppo. Questi autori fanno parte delle mie letture, della mia cultura in generale, ma non scolastica. Le citazioni non sono precise, sono volutamente “manipolate”, alterate. Voglio che il lettore abbia la sensazione di leggere qualcosa che è allo stesso tempo familiare e allarmante.

 

AB – Mi spieghi il significato di questi “stream of consciousness” che hai disseminato nel libro?

DP – Volevo dare una voce alle vittime, al loro dolore. In qualche modo, pensavo a queste anime come in una specie di limbo (per tornare alla citazione di Dante), anime che non riescono a staccarsi dal momento in cui hanno subito la violenza e tornano a ripercorrerlo, mentalmente, incessantemente. Ogni vittima è protagonista di una trasmissione – “trasmissione uno, trasmissione due...” – come se il loro pensiero provenisse da una radio, si irradiasse tutto intorno.

 

AB – C’è qualche aspetto del libro, qualche personaggio, nel quale ti riconosci particolarmente?

DP – Tutti. In tutto il libro c’è buona parte di me, naturalmente, non si può scindere me e il libro. E penso che in ognuno di noi ci siano aspetti di debolezza. Tutti fanno errori – io ne ho fatti tanti – e i miei personaggi sono esattamente così. Sono confusi, si sbagliano, hanno paura, agiscono per motivazioni a volte anche abiette.

 

AB – David, da quanto tempo vivi in Giappone?

DP – Dieci anni.

 

AB – Trovi che in qualche modo la tua esperienza in Giappone ti abbia influenzato? Io non conosco molto del Giappone, ma ci sono in giro dei film, come The hole o The ring, o dei videogiochi, come Project Zero e la serie di Silent Hill, che fanno davvero paura. Trovo che i giapponesi abbiano un modo di creare la suspense che è veramente terrificante, fa venire i brividi. Credi che questo abbia qualche influenza sul tuo modo di scrivere?

DP – Direi di no. In realtà io non sono molto addentro alla cultura giapponese. Parlo il giapponese ma non lo leggo, quindi conosco gli autori solo attraverso la traduzione. E quando lavoro sono molto isolato. Cerco, quanto più possibile, di ricreare l’ambientazione della quale scrivo, ascoltando musica e guardando film del passato, e non parlo mai con mia moglie delle cose che scrivo. In una cosa, però, la vita in Giappone mi ha molto cambiato. Il senso della disciplina. In realtà, scrivere mi ha dato una grande disciplina. A vent’anni, pensavo a bere e a poco altro. A trenta, e con due figli, ho un senso della responsabilità completamente diverso e conduco una vita molto più ordinata. Scrivere mi ha dato metodo e disciplina. Scrivere, davvero, è l’unica cosa che avrei saputo, e voluto, fare.

 

AB – A cosa stai lavorando adesso?

DP – Come dicevo, è appena uscito in Inghilterra GB84, che non è propriamente un giallo, ma che è ambientato in un periodo molto duro, violento, dell’Inghilterra thatcheriana... credo che comunque a chi ama il noir piacerà.  

 


(Questa intervista è stata pubblicata sul numero 2 del Falcone Maltese) 

 

 

 

 




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15 maggio 2005

Intervista a Ruth Rendell

(Pubblicata sul numero 2 del Falcone Maltese)

Siamo tutti sull’orlo di un abisso

 

Abbiamo incontrato Ruth Rendell, in Italia per celebrare il nuovo sodalizio con l’editore Fanucci. La regina del giallo britannico, attiva più che mai, non ha alcuna intenzione di abdicare a favore di qualche collega più giovane. E infatti non vede eredi nel panorama giallo attuale. Come rivela in questa intervista.

 

Ruth Rendell: 74 anni, inglese, sposata, un figlio, qualche nipote. Gli inizi come giornalista, poi, nel 1964, la pubblicazione del primo romanzo e l’avvio della fortunata carriera di scrittrice. Una serie di gialli ha come protagonista l’ispettore Wexford, molti altri sono “non seriali” e, tra questi, quelli scritti con lo pseudonimo di Barbara Vine. Dei suoi lavori sono state fatte trasposizioni per il grande schermo da Almodovar, Claude Miller e Chabrol.





AB – Signora Rendell, c’è una leggenda che circola, sugli inizi della sua carriera. La leggenda narra che, dovendo scrivere un articolo su un public speech tenuto da un politico, una giovane giornalista, per non “sforare” con i tempi, inviò il suo pezzo alla redazione basandosi sulla copia del discorso che aveva avuto in anteprima. L’articolo uscì l’indomani sul giornale, ma l’oratore era morto a metà del suo discorso… questo significò la fine della carriera di quella giornalista, che subito dopo divenne scrittrice.

RR – È falsa. Assolutamente no. Qualcuno ha inventato questa storia, ma non è vera.

 

AB – Bene, abbiamo sfatato questo mito. Parliamo però della scrittrice. Numerosi i romanzi gialli pubblicati finora. Da dove prende l’ispirazione? Dai giornali o…?

RR – No, non dai giornali. L’ispirazione nasce da ciò che la gente mi dice, senza sapere che mi sta dando lo spunto per un libro. Non una cosa del tipo “Ho avuto un’idea per un libro”, no davvero. Semplicemente, un conoscente mi racconta un episodio accaduto a lui o a qualcuno che gli è vicino, e io inizio a pensarci su, ci rimugino, lo modifico, mi domando: come posso utilizzarlo?

Oppure prendo spunto da  un luogo – una casa, magari. Le case mi interessano molto, diversi miei lavori sono ispirati da un’ambientazione particolare. Per esempio questo nuovo libro, The Rottweiler (La bottega dei delitti, Fanucci, 2004), è stato ispirato da un negozio di antiquariato che si trova in una strada vicino a dove abito. È iniziato tutto da lì. I personaggi, le altre persone che abitano nella  palazzina, si sono sviluppati man mano che scrivevo.



 

AB – Lei ha scritto anche con uno pseudonimo, Barbara Vine. Come mai?

RR – Beh, è un tipo di libri differente. Avevo già un certo successo con i miei libri, e mi è venuta l’idea per scrivere qualcosa di diverso dal mio genere. Quando finalmente l’ho scritto, ho preso il cognome da ragazza di una delle mie bisnonne e il mio secondo nome, e l’ho pubblicato con uno pseudonimo. E al pubblico è piaciuto, anche se non sapevano che l’avevo scritto io.

 

AB – L’ispettore Wexford, presente in molti suoi romanzi, è stato trasformato nel protagonista di una serie televisiva (per ITV, Independent Television Company). Che effetto le ha fatto la trasposizione sul piccolo schermo?

RR – ITV ha fatto diverse serie, tratte da altri libri, e quelle non mi sono piaciute. L’adattamento televisivo ha reso necessario che un romanzo fosse condensato, o un racconto “stiracchiato”, in un unico episodio, e non ha funzionato, peccato. Ma la serie di Wexford, con George Baker, quella sì, mi è piaciuta. Baker era “molto” Wexford, la serie era molto buona.

 

AB – E i film? Come le è sembrato l’adattamento sul grande schermo?

RR – Oh, c’è stato Live Flesh (Carne tremula), di Almodovar, e due Chabrol, La ceremonie e La demoiselle d’honneur, e uno di Claude Miller, Betty Fisher et autres histoires. Erano buoni film, davvero. È strano, perché un sacco di film sono fatti da inglesi o americani, ma sono pessimi, spariscono subito; i film migliori sono stati fatti da francesi e spagnoli, non da inglesi.

 

AB – Di solito si parla delle British Queens of Crime: Agatha Christie, P.D.James, e lei. Qual è la differenza? Cos’è che rende i suoi libri diversi, e attrae i suoi lettori?

RR – Oh, ma non sono io che devo dirlo… io non lo so, e anche se lo sapessi non lo direi… (ride)

 

AB – Io un’idea ce l’ho: secondo me, nei suoi libri l’aspetto psicologico è predominante.

RR – Maggiore introspezione psicologica? Analisi psicologica? Sì, sì, forse. Ma devi dirlo tu, non posso dirlo io. (ride)

 

AB – Nei suoi libri, gli individui hanno spesso dei comportamenti anormali. Pensa davvero che nella nostra società ci sia tutta questa devianza, questa anormalità?

RR – Sì, lo penso. La maggior parte delle persone sono abbastanza normali, e sono soddisfatte e contente della loro vita. Ma tutti hanno qualcosa di particolare, di eccentrico, di anomalo. Qualche compulsione, o ossessione, o qualcosa che fanno, qualcosa di strano. E questo è quello che mi interessa. Ma non penso che tutti siano mentalmente disturbati, questo no.

 

AB – Molti scrittori contemporanei introducono nei loro libri descrizioni violente e dettagli macabri...

RR – (mi interrompe) Io no.

 

AB – No, lei no, infatti nei suoi libri il crimine è descritto meglio attraverso la suspense e l’idea che qualcosa di malvagio, di cattivo sta per accadere. C’è questo senso del pericolo che incombe. È una scelta?

RR – Sì, per me la suspense è molto interessante, più delle interiora sanguinolente. Anzi, ho deciso di non scrivere più di omicidi che avvengono con le armi da fuoco perché commetto degli errori. Anche se ho un libro che parla di pistole, e a volte chiedo consiglio sull’argomento, spesso mi sbaglio nei dettagli, semplicemente perché non mi interessa. Il mio unico tentativo di tiro al piattello è stato un totale fallimento. Non mi piacciono le armi: anche se sono una persona molto aggressiva, e mi tengo in forma, non riesco a maneggiarle, e quando sparo non riesco a reggere il contraccolpo. Le armi sono semplicemente orribili. E non mi  interessa descrivere ciò che accade quando una persona viene pugnalata. Qualcun altro lo farà, non io.

 

AB – Il suo primo libro, From Doon with Death, è stato pubblicato nel 1964, quarant’anni fa. Molte cose sono cambiata nel mondo, da allora. Trova che questi cambiamenti abbiano influenzato il suo modo di scrivere?

RR – Oh, certo, e si vede nei miei libri. C’è un’enorme differenza, tra il primo e l’ultimo libro di Wexford,  nelle condizioni sociali ed economiche inglesi, nella società... l’intera vita è cambiata. Ed è esattamente quello che volevo, scrivere dei libri che fossero un ritratto del modo di vivere inglese del ventesimo secolo, prima, e del ventunesimo, ora.

 

AB – In una vecchia intervista, di circa vent’anni fa, lei parlava del “senso dell’abisso”. Prova ancora questa sensazione?

RR – Oh, sì. Quello che volevo dire è che tutti noi siamo appesi a un filo. Per fortuna la maggior parte delle persone non lo sa, o non ci pensa. Questa è una delle cose che distingue il nevrotico, o lo psicotico, dalla persona normale. Il fatto è che proprio ora, nello stesso momento in cui stiamo parlando, uno dei nostri cari potrebbe essere ucciso in un incidente. Lo sappiamo, perché queste sono cose che capitano, ma non ci pensiamo: se ci pensassimo la nostra vita andrebbe a pezzi, perché non c’è niente che possiamo fare per evitarlo. Ma certe persone sono così, sono sempre al telefono per controllare che i propri cari stiano bene. Ci sono donne che quando il figlio prende l’aereo entrano in paranoia, non riescono a controllare il terrore fino a quando l’aereo non atterra. Ecco cosa volevo dire, quando parlavo del senso dell’abisso: noi camminiamo su una sottile crosta di ghiaccio, sotto di noi c’è un abisso terrificante. Voglio dire, prendi una straniera come me: sarebbe facilissimo che io, uscendo da qui, venissi investita, soprattutto perché le vostre strisce pedonali fanno rizzare i capelli in testa…

 

AB – Molti i riconoscimenti durante la sua carriera: i Daggers, il Mistery Writers of America Grandmaster Award e infine la House of Lords, con il titolo di Baronessa Rendell of Babergh: cosa ha significato tutto questo per lei?  

RR – È stato un grande onore. Incredibile, stupefacente, all’inizio. Ma poi ci si abitua a tutto. Essere chiamata Lady è terribile, così, tranne che nella House, tutti mi chiamano Ruth, e va bene così. Non mi piace essere chiamata Lady Rendell. Ma mi piace stare lì, come membro del partito laburista, e lavorare per il Governo. Mi piace parlare delle cose che mi interessano, mi piace votare soprattutto le risoluzioni che mi sembrano giuste, e soprattutto mi piace la gente. Abbiamo un bellissimo club, ho conosciuto molti nuovi amici, negli ultimi sette anni. Al momento siamo in vacanza, ma, sì, posso dire che non vedo l’ora di rientrare.

 

AB – Quali consigli darebbe a un giovane scrittore di gialli?

RR – Dev’essere per forza uno scrittore di gialli? Non può essere semplicemente uno scrittore?

 

AB – Touché!, ok uno scrittore.

RR – Beh, se è qualcuno che ancora non ha pubblicato nulla, gli direi: questi sono tempi molto, molto difficili, per chi vuole scrivere. Molto più duri di quando ho iniziato io. Sei sicuro di poter scrivere qualcosa  di nuovo, di originale? Sei pronto ad affrontare la delusione, gli anni di rifiuti prima di essere pubblicato? E, peggio ancora, sei pronto a vedere il tuo primo libro pubblicato, e l’eccitazione, l’attesa, il grosso investimento emotivo... e poi nessuno vuole pubblicare il tuo secondo libro? Perché, molto spesso, questo è ciò che accade. Quindi, io direi a questo giovane autore: trovati un lavoro! Fai qualcos’altro! E, se proprio vuoi, scrivi le tue storie la sera.

 

AB – A parte i suoi libri, naturalmente, quali altri autori di gialli raccomanderebbe di leggere?

RR – Consiglierei P.D. James, lei è molto brava. E Ian Rankin. Ma, in effetti, non ci sono molti autori contemporanei che raccomanderei: ci sono troppo sangue e troppi dettagli violenti nei libri, oggi, non mi piacciono. Tra quelli del passato, bisognerebbe leggere Dorothy Sayers, Josephine Tey, e Dashiel Hammett, naturalmente. E Simenon, e Raymond Chandler. Sono un po’ superati, mi spiace, ma tra gli autori contemporanei non vedo niente di buono, a parte, appunto, P.D. James.

 

AB – ...e Agatha Christie?

RR – Non la raccomando. Certo, le sue trame erano eccellenti, ma non mi è mai veramente piaciuta. Anche se, ovviamente, la gente la legge senza che io debba raccomandarla (ride).

 

AB – Fra i suoi libri, ce n’è uno che preferisce?

RR – No, non direi. Non nella serie di Wexford. Forse A judgement in stone (La morte non sa leggere) e Talking to strange men (Parlando con uno sconosciuto). E ovviamente quello che si preferisce è l’ultimo nato, quindi The Rottweiler, al momento.

 

Roma, 23/9/2004




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15 maggio 2005

Intervista ad Anne Perry

Questa intervista è stata registrata a Courmayeur, nel dicembre 2004, al Noirfest, ed è stata pubblicata in versione “tagliata” sul numero 2 del Falcone Maltese. Quello che segue è il testo integrale.

 

Anne Perry è lo pseudonimo di Juliet Hulme, nata nel 1938 a Blackheath, Londra. È l’incontrastata regina del giallo storico. Ogni suo libro è un best seller, soprattutto sul vasto mercato statunitense. Sia la serie di Pitt che la serie di Monk sono di ambientazione vittoriana.



 

AB – Vorrei parlare di questo libro della serie di Pitt, In un vicolo cieco (Fanucci, 2004), che parla di corruzione e terrorismo. Inizia con un attentato: un intero isolato viene fatto crollare con una bomba. In realtà lo scopo è quello di generare una reazione nella popolazione tale che la polizia venga autorizzata a girare armata.

AP – Sì, infatti. Il tema di fondo in realtà è il potere.

 

AB – Perché la scelta dell’ambientazione in epoca vittoriana? Tratti temi attuali ma riferiti al passato, come mai?

AP – Adoro la storia. La prima storia che ho scritto, e che è stata accettata, si svolgeva in epoca vittoriana; la seconda non fu scritta su commissione, ma decisi io di ambientarla nella stessa epoca, e anche quella fu accettata; così sono andata avanti per dieci libri. A quel punto ero famosa per quel tipo di storie, così quando ho cambiato editore mi è stato chiesto di continuare. E, inoltre, mi piace. In primo luogo perché è stata un’epoca molto eccitante, nella quale noi pensavamo di poter fare tutto: a quel tempo Londra era la città più grande del mondo e il cuore dell’impero. Un’epoca molto affascinante, anche: abiti lunghi, luce a gas, carrozze, strade di cobblestone, e uno stridente contrasto fra ricchi e poveri, che è caratteristico. Ma è anche un’epoca nella quale non erano noti gli accorgimenti scientifici che si usano oggi per combattere il crimine: la balistica, l’analisi del sangue... quindi questo mi permette di scrivere un romanzo all’interno del quale ci sia un omicidio, piuttosto che un semplice mistery novel. Queste sono le ragioni principali per cui ambiento i miei romanzi in quest’epoca. E anche perché, quando si guarda ai problemi della società, è molto più facile accettare che alcune cose siano accadute in un’altra epoca, e poi pian piano metabolizzare la realtà e capire che le stesse cose accadono anche oggi.

 

AB – Trovo molto interessante la differenza tra scrivere un romanzo che contiene un omicidio e scrivere un poliziesco.

AP – Infatti, ha a che vedere con la struttura. E l’altra cosa che fa parte della struttura dei miei romanzi è vedere come reagiscono le persone quando sono messe sotto pressione. Quando c’è un’indagine, la gente si sente sempre sotto pressione, perché ci sono cose della propria vita che non si vorrebbe venissero divulgate. Non è detto che siano cose che hanno a che vedere con l’indagine – potrebbe trattarsi di una cosa stupida come il fatto di essere innamorati di qualcuno che non ci ricambia – ma uno mente per tenerle nascoste. E alla prima bugia ne segue un’altra, e un’altra ancora. E così, senza volere, uno costruisce una ragnatela di inganni, e la domanda è: avrà poi il coraggio di dire “Sì, ho mentito”?, se la bugia dovesse mettere in pericolo qualcuno? O peggio ancora, se la persona che è sospettata è una persona che non ti piace, ammetteresti di aver mentito per tirarla fuori dai guai? Quindi io penso che la cosa divertente nello scrivere una crime story è quella di mettere i personaggi sotto pressione e poi vedere come reagiscono.

 

AB – Siamo al Noir in Festival. Cosa mi dici della definizione di noir?

AP – Credo che la definizione sia diversa da luogo a luogo. In Francia, noir sono solo le storie molto, molto nere, e molto violente. Le mie storie non sono così perché, fondamentalmente, io spero che ai lettori piaccia il mio personaggio principale, che qualcuno ha definito “simpatetico e intelligente”. Sono d’accordo con questa definizione. Personalmente non mi piacerebbe leggere, e nemmeno scrivere, storie di personaggi dei quali non m’importa nulla.

 

AB – Come funziona in Inghilterra: che generi ci sono? Sotto quale “etichetta” vengono venduti i tuoi romanzi?

AP – Sai che non lo so? Credo gialli storici. In realtà devo dire che vendo molto meglio in America che in Inghilterra. Credo che lì siano historical mistery. Non sono hard boiled e non sono “cosy”, romanzi nei quali la vittima e l’assassino si conoscono.

 

AB – E la serie di Monk?

AP – (L’ambientazione) è più recente dell’altra solo di una trentina d’anni. È anche più nera, Monk è un personaggio dark. E poi c’è la serie sulla Prima guerra Mondiale, che qui sta per essere pubblicata mentre in Inghilterra è uscito il secondo volume. Una serie storica ma più letteraria.

 

AB – Cosa ti piace leggere?

AP – Quando ho tempo, mi piace leggere romanzi che hanno una forte morale. Ma, tra i polizieschi, mi piacciono molto gli autori americani contemporanei, qualcosa di molto diverso da ciò che scrivo. Jeffery Deaver e Jonathan Kellerman soprattutto. Jonathan Kellerman ha come protagonista dei suoi romanzi uno psicologo dell’infanzia – ciò che lui stesso era, prima di scrivere.

 

AB – Anche David Peace parla molto della corruzione della polizia. Così ho pensato: wow, la polizia dev’essere davvero terribile in Inghilterra!

AP – Non sono al corrente, nella realtà, della corruzione nella polizia. La uso nei miei romanzi, perché è qualcosa che fa davvero paura, perché noi ci fidiamo della polizia e in certe circostanze la nostra vita, la nostra sicurezza dipendono dalla polizia.

 

AB – Vorresti che dai tuoi libri venissero fatti dei film?

AP – Uno è stato fatto, ma è un problema perché sono film molto costosi, le scenografie vanno ricreate appositamente... ma spero che li facciano, ci sto lavorando su.

 

AB – Preferiresti Pitt o Monk?

AP – Non importa, va bene comunque. Io adoro la televisione. Mi ricordo i film che guardavo da ragazza... bellissimi.

 

AB – Quali sono i tuoi progetti futuri?

AP – Un racconto di Natale. Il quarto volume della serie sulla Prima Guerra Mondiale – il terzo è già terminato – un altro romanzo di Pitt, un altro di Monk, e poi ho delle idee delle quali ancora non voglio parlare: ma posso dirti che probabilmente c’entra l’Italia, forse Roma e Venezia. E che saranno probabilmente storici.

 

AB – Come ti documenti per scrivere i tuoi libri?

AP – Leggo molto. A volte viaggio, se ne vale la pena. Lavoro su vecchie mappe e vecchi libri di foto, vado ai musei. Ma Roma e Venezia, quelle voglio vederle. La luce è diversa, da posto a posto.




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15 maggio 2005

Intervista a Joe R. Lansdale

In mancanza del sito web del Falcone Maltese, che stenta a decollare per problemi tecnici, pubblico qualcosa qua. Questa è stata la mia prima intervista – un esordio alla grande...

(l’intervista è stata pubblicata sul numero 1 del Falcone Maltese – La rivista del giallo al cinema, nei libri, in televisione e in DVD)

 

Joe R. Lansdale (la R. sta per Richard), classe 1951, texano, scrittore prolifico ed eclettico: ha al suo attivo più di 200 racconti e 20 romanzi, oltre a sceneggiature per il cinema e i fumetti, in generi che spaziano dall’horror alla fantascienza, dal fantasy al noir. Il suo stile si caratterizza per l’originale e folle commistione di umorismo e violenza, di ironia e grottesco. Un mix vincente, che lo ha reso uno scrittore di culto negli Stati Uniti, e che anche in Italia ha catturato un nutrito gruppo di fedelissimi fans, tra i quali Niccolò Ammaniti.

 

Lo incontriamo, in un caldo pomeriggio di luglio, nella hall dell’albergo dove alloggia, in pieno centro di Roma. È un signore robusto, occhi chiarissimi e capelli biondo-bianco, abito sportivo nero. L’accento è decisamente texano, ma nel complesso è lontano anni luce dai suoi scalcinati e irascibili personaggi.

 

AB - Quando hai iniziato a scrivere?

JL - A nove anni. (sguardo attonito dell’intervistatrice). Sì, a nove anni. Poi ho iniziato a scrivere professionalmente… beh, ho venduto il mio primo “pezzo” nel 1973, quindi un bel po’ di tempo fa, oltre trent’anni, e sono uno scrittore a tempo pieno, nel senso che mi mantengo scrivendo, da ventitre anni.

 

AB - E quando hai scoperto di aver talento per la scrittura?

JL - Lo sapevo, l’ho sempre saputo. Scrivo fin da quando ho scoperto l’esistenza delle matite.

 

AB - Sì, però molti scrivono, ma non tutti diventano famosi…

JL - Io sì. Non avevo dubbi! Fin da bambino sapevo che mi sarebbe piaciuto fare lo scrittore. Ho fatto anche altri lavori, lavori più umili, nei campi, ma sapevo che il mio obiettivo era scrivere, e sapevo che ci sarei riuscito. Ovviamente non potevo sapere che sarei diventato famoso, potevo solo sperarlo, ma sapevo di voler scrivere.

 

AB - Parliamo di Hap Collins e Leonard Pine, i due detectives per caso, protagonisti di una fortunata serie: come nasce l’idea di questi personaggi?

JL - In un certo senso, sono una combinazione di fattori, e rappresentano forse diversi aspetti della mia personalità. Hap Collins è effettivamente come me, o meglio come sarei stato se non avessi avuto ambizioni, se non fossi stato ottimista e se non avessi incontrato mia moglie. Ma è molto simile a me per certi aspetti, ad esempio per il senso dell’umorismo. Leonard invece è un miscuglio di varie persone che ho conosciuto, incluse un paio di persone omosessuali. Ma entrambi rappresentano due lati opposti di me, perché in effetti io non vedo le cose come bianche o nere, di solito tendo a vedere le sfumature, le vie di mezzo.

 

AB - Quindi Hap è una specie di tuo alter ego?

JL - Una specie, sì, diciamo che è il mio alter ego fallito. (ride)

 

AB - Quali sono le influenze nella tua scrittura? Voglio dire, probabilmente il lettore americano ha ben chiari i tuoi riferimenti culturali, ma per un italiano potrebbe essere più difficile risalire ai precedenti letterari a cui ti rifai.

JL - Sicuramente i classici autori americani, come Jack London, Mark Twain, Dashiel Hammett, Raymond Chandler, James Cain, moltissimo, e Horace McCoy (da Non si uccidono così anche i cavalli?, il suo romanzo più famoso, è stato tratto un famoso film con Jane Fonda), David Goodies, John D. McDonnell, Francis Scott Fitzgerald, Flannery O’Connor… in realtà le mie influenze sono piuttosto varie, anche Ray Bradbury, per esempio, ma tutti questi autori non mi hanno influenzato solo per un aspetto, è piuttosto qualcosa di globale: ad esempio non direi che Bradbury mi ha influenzato solo per la fantascienza, ma piuttosto per il suo stile, il suo approccio alla scrittura… e anche Falconer, Steinbeck, Frederic Brown… Brown ha scritto molti gialli, ma anche fantascienza, sia romanzi che racconti brevi. È uno scrittore molto interessante.

 

AB - Cos’è che fa sì che un libro di Lansdale diventi un “libro di Lansdale”? cosa lo caratterizza?

JL - Penso che sia la combinazione di letteratura, film, fumetti, arte… non mi piace attenermi alle definizioni: se qualcosa mi interessa, e se mi sembra che funzioni, lo uso, indipendentemente dalla provenienza. E così diventa parte di un mio libro.

 

AB - Ho visto sul tuo sito web che ti chiamano “the Mojo storyteller”: cosa significa?

JL - (ride) è una definizione che mi hanno dato e funziona, è facile da ricordare. Mojo è una parola africana che significa magia, nel senso di magia nera, di magia bianca o anche di feeling sessuale.

 

AB - L’intreccio, i personaggi, il tema: qual è più importante, per te? A parte che io penso che nei tuoi romanzi i tre aspetti siano perfettamente sviluppati e armonizzati…

JL - In effetti non credo che si possano separare, sono tutti importanti, ma se proprio dovessi scegliere direi i personaggi, perché i personaggi in qualche modo rappresentano il tema. Ma è difficile separare le cose.

 

AB - Quando scrivi, da dove inizi?

JL - Inizio… probabilmente da una scena, quindi inserisco i personaggi, in quella scena, e la sviluppo… non so di cosa parlerà la storia, non ho una trama in mente, non so dove andrà a finire: semplicemente scrivo.

 

AB - E la scrittura scorre da sola?

JL - Sì, il più delle volte scorre da sola. Non sempre (ride), anche se non ho mai avuto un reale blocco della creatività. Certo, alcuni giorni è più difficile di altri. Cerco di scrivere da tre a cinque pagine al giorno, e di scriverle al meglio. E quando ho terminato un romanzo, lo rivedo tutto da capo e cerco di fare le correzioni, ma solo una volta.

 

AB - Come mai i personaggi minori tendono a fare una brutta fine, nei tuoi libri? Voglio dire, di solito i lettori si appassionano non solo ai personaggi principali, ma anche a quelli secondari, e infatti di solito le “spalle” sopravvivono… forse ti stanchi dei personaggi?

JL - No, assolutamente, non mi stanco. Però, quando scrivi una serie, già è difficile far sopravvivere i protagonisti… e poi, credo sia meglio che i lettori capiscano che nei tuoi romanzi può accadere di tutto, e che life sometimes is a bitch, e che i personaggi, come le persone, muoiono… così il lettore sa, la prossima volta che compra un libro, che non c’è niente di prevedibile… diciamo che sicuramente Hap non morirà, ma per il resto non posso garantire nulla… (ride)

 

AB - I tuoi personaggi sono spesso dei “duri”, anche le donne. Questo riflette in qualche modo il tuo modo di essere, o la tua visione della vita?

JL - Non saprei. Sì, in effetti io sono una persona dura, probabilmente dipende dalle mie origini, e anche mia moglie lo è, a modo suo, e mia figlia, anche lei, ma duro non vuol dire essere meschino, o crudele. I miei personaggi sono duri nel senso che sanno prendersi cura di se stessi, non solo fisicamente – anche, certo – ma piuttosto nel senso che sanno come reagire, come affrontare i colpi bassi della vita. Sono persone che affrontano le peggiori difficoltà, ma si rialzano e vanno avanti. Io non sono una persona lagnosa, sono un ottimista e sono di quelli che credono che “quando il gioco si fa duro, i duri iniziano a giocare”.

 


AB - L’arte marziale che pratichi, lo Shen Chuan, ha qualche influenza sul tuo modo di scrivere?

JL - Sì, decisamente. Lo Shen Chuan mi ha insegnato la disciplina, mi ha insegnato ad avere uno scopo e a raggiungerlo con il minor sforzo possibile, economizzando le mosse necessarie: la prosa non è fine a se stessa, ma deve essere focalizzata verso un obiettivo. Può anche essere dettagliata, descrittiva, ma deve avere uno scopo.

 

AB - Ho letto, in un intervista di qualche anno fa, che ti consideravi uno scrittore di nicchia. Ma adesso, dopo aver vinto l’American Mistery Award, il British Fantasy Award, cinque o sei Bram Stoker’s Awards, e molti altri premi… pensi che sia ancora così?

JL - No, in effetti non più. È vero, a volte ho ancora la sensazione che la mia scrittura non sia arrivata a tutti, ma devo ammettere che quelli che mi scoprono, per caso, e iniziano a leggermi, di solito rimangono colpiti e mi continuano a seguire – e sono grato a questi lettori. E spero che ce ne siano sempre di più, ovviamente. Nei miei libri c’è molto humour, e vorrei essere certo che i lettori lo capiscano fino in fondo. E devo aggiungere che l’Italia ha avuto una grande parte in questo, e credo che i miei migliori critici siano qui.

 

AB - Quale dei tuoi lavori preferisci?

JL - Vediamo… Mucho Mojo, senz’altro, della serie Hap Collins – Leonard Pine, e poi Il grande uragano (uscito per i tipi di Fanucci, n.d.t.), e i racconti brevi. Sergio Fanucci ha pubblicato una raccolta di racconti, Handle with care (Maneggiare con cura, n.d.i.): ecco, quelli mi piacciono molto.

 

AB - C’è qualcosa che cambieresti del tuo lavoro?

JL - Sì, vorrei essere uno scrittore migliore, a volte vorrei avere un approccio diverso… sono sempre un po’ deluso, alla fine di un libro, non penso mai che sia eccellente, anche se, quando arrivo alla fine, sento comunque di aver dato il massimo, e mi dico che la prossima volta andrà meglio, perché più scrivo e più la scrittura migliora. Ma non sono mai realmente soddisfatto.

 

AB - Se potessi scegliere, c’è qualcosa che ancora non è stato tradotto in Italia e che, secondo te, sarebbe adatto al pubblico italiano?

JL - Sì, The Magic Wagon. Che io sappia, non è ancora stato tradotto. È una strana storia, un po’ come Il grande uragano. È ambientata nel 1909, che è l’anno di nascita di mio padre, ed è uno strano piccolo racconto, e anche lì c’è questa grande tempesta… la tempesta è uno dei miei temi ricorrenti (ride).

 

AB - È possibile che tu decida di ambientare un libro in Italia?

JL - Mmm… non so, potrei forse ambientare qualche scena, ma in generale penso che bisogna scrivere di ciò che si conosce bene, e io non credo di conoscere bene l’Italia. Però sì, a volte ci penso, chissà…

 




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